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Anno 2020
03 agosto 2020 - Il Mattino - Salerno - "«Salvati da un bus di turiste svedesi»", di Enzo Gentile
[...] «Dal 1966 al 1969, prima con il nome Prototipi, poi con quello divenuto più noto di Capsicum Red», racconta il cantante e bassista veneto, «abbiamo battuto da giugno a settembre tutti gli spazi e i locali possibili, soprattutto della costa dell'alto Adriatico. Non la chiamerei gavetta, perché per chi come noi suonava anche tre-quattro ore per sera, quella è stata una vera e propria scuola. A Lignano, Caorle, Jesolo eravamo di casa e si doveva intrattenere il pubblico anche quando in pista c'erano poche coppie, una condizione naturale perché non ci conosceva nessuno».
Come si teneva desta l'attenzione di quegli avventori [...]?
«Innanzitutto con la preparazione, la serietà e la concentrazione che poi avrei mantenuto con i Pooh, davanti alle moltitudini che tutti hanno visto. Avevamo un repertorio flessibile, con i grandi successi del momento, da "Rain and tears" degli Aphrodite's Child a cose oggettivamente più complicate come "Some velvet morning" dei Vanilla Fudge. Ogni settimana si ascoltava la radio e nei pomeriggi liberi montavamo un nuovo pezzo in linea con i nostri gusti: ma non andava sempre così, perché dovevamo essere pronti anche sui materiali italiani, da Fred Bongusto a Fabrizio De André. E poi capitava spesso che chiedessero "Il cielo in una stanza" o altri successi d'epoca e non si poteva fare cattiva figura dicendo di non saperla. Anche con le turiste, certo, evitavamo di fare brutta figura».
[...]. «Sì, quello fu un laboratorio eccezionale, in cui ad un certo punto cominciammo anche a inserire il progressive rock del nostro primo album che stavamo preparando. Il difficile veniva quando si trattava di chiudere la serata, in coda delle canzoni a richiesta: per demotivare gli ultimi rimasti attaccavamo un blues lento, lunghissimo che indicavamo come il brano scacciagente. Di solito funzionava».
Ma parliamo delle turiste, delle clienti [...]...
«Ci sono storie memorabili al riguardo, che cadevano a seconda dei locali, che fossero il King's Boy o la Buca dei Pirati. Ma la vicenda più sorprendente riguarda il Maxim di Jesolo, una specie di night club, che faticava molto a ingranare. Noi ce la mettevamo tutta ma la gente scarseggiava, la pista era semivuota. Una sera, chissà perché, si fermò da noi un pullman di turiste svedesi, tutte bionde, bellissime, con voglia di ballare e divertirsi. Subito si sparse la voce e il resto della stagione al botteghino andò benissimo: i ragazzi della band si fidanzarono con alcune di loro che così tornavano ogni sera. E fu un traino eccezionale, che servì anche a posteriori, quando dovettero ripartire per tornare in patria. Grazie a loro salvammo la stagione, il gestore ci fu molto riconoscente».
[...]. «[...] estate del 1980: ci trovavamo a Budrio, in un teatro per provare e mettere a punto lo spettacolo che avremmo lanciato di lì a poco, con il tour di "Viva". Un pomeriggio arrivò la notizia della strage alla stazione di Bologna. Rimanemmo paralizzati dal dolore e dalla paura: ci saremmo presto dovuti mettere in viaggio, ma quell'ombra, caduta su di noi dopo il disastro di Ustica, fu difficile da scacciare» [...].
