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Stefano D'Orazio a RTR 99 - Seconda parte: Valerio Negrini, la prima canzone - Giovedì 26.04.2018

Stefano D'Orazio

Lo scorso 14 aprile Stefano D'Orazio, batterista dei Pooh e sceneggiatore di musical, è stato ospite della romana Radio RTR 99, in studio con Fabio Martini nel corso della trasmissione "La Strana Nostalgia". Nella prima parte del resoconto dell'intervista ha parlato de Il Punto e del suo rapporto con i genitori.
Fabio Martini ha proposto l'ascolto del brano "Opera prima", dall'omonimo album del 1971, il primo lavoro dei Pooh uscito sotto la guida del produttore Giancarlo Lucariello. Stefano ha spiegato: «E' stato uno dei tentativi che non avrebbero avuto posto oggi: una proposta musicale completamente fuori da ogni logica commerciale. Mi ricordo che io entrai proprio in questo momento, i Pooh avevano inciso questo disco nella primavera del '71, io entrai nel settembre e a fine settembre uscì l'album e quindi era quello che io tenevo sotto il braccio su consiglio di Lucariello. Mi diceva: "Questo lo devi tenere sempre con te perché devi imparare questa roba qua per bene!". Andavo veramente con "Opera Prima" sotto il braccio. E mio padre [...] rimase veramente affascinato da questa cosa, soprattutto lui era un grande estimatore di Valerio, diceva: "Il giorno che tu riuscirai a scrivere una cosa che commuoverà come riesce lui, alla fine vuol dire che sei arrivato da qualche parte"».

Valerio è uno che è riuscito a scrivere per quarant'anni cose e tutte le volte riusciva a stupirti. Stefano D'Orazio

Poi, riferendosi a Negrini: «Il nostro era un rapporto di grande complicità. Lui era un fabbricatore di ironia a spinta, un gran cazzaro direi oggi, quindi mi somigliava moltissimo su questo e avevamo questa complicità nel giocare a fare i testi finti: quando c'era una canzone, prima di scrivere la parte, quella che poi sarebbe diventata un disco, c'era un gioco che era quello del testo finto, per vedere se in italiano funzionava [...]. In italiano, ma in italiano irripetibile, chiaramente. Chissà perché poi le parolacce entrano dappertutto: nel senso che la metrica delle parolacce è molto più ampia che non quella della metrica del buon italiano, per cui di tanto in tanto nei nostri piccoli esperimenti veniva fuori di tutto ed era divertente questa cosa. Valerio è stato uno che, al di là della sua pigrizia devastante, perché era uno che scriveva, dovevamo incidere un pezzo, dopo che ci aveva detto per due settimane che l'aveva fatto [...], invece non era vero niente. In taxi, su un foglietto scriveva il testo e arrivava lì ed era "Uomini soli", per esempio. Uno con una creatività ed una sensibilità... io non ne ho conosciuti così, anche leggendo cose di altri, anche roba di grande statura. La continuità di Valerio: Valerio è uno che è riuscito a scrivere per quarant'anni cose e tutte le volte riusciva a stupirti. Raramente si è "calpestato", nel senso che ha riciclato se stesso: il più delle volte lui ti raccontava una storia che non c'era, dai suoi viaggi, a tutti i suoi eccessi, perché lui era uno che veramente non aveva regole [...]. La sua fortuna è stata proprio questo suo essere spregiudicatamente irregolare perché viaggiava, partiva, andava, non si sapeva più che fine aveva fatto per due mesi, poi tornava e ci aveva tanta di quella roba da raccontare grazie al viaggio che aveva fatto. Lui raccontava gli ambienti, era bravissimo a fare queste cartoline, questi quadretti, dove praticamente nei particolari, da "Orient Express" in poi, "Vienna"... quando lui raccontava una storia e l'ambientava in quella città dove magari era passato mesi prima [...]. Lui andava lì e te lo raccontava [...]. "Lettera da Marienbad"... era tutto quello che lui si portava dietro da questi suoi viaggi, erano anche veramente una fuga da una quotidianità che forse non condivideva fino in fondo. Per esempio lui non amava la routine: lui lavorava fino a che il disco usciva; quando il disco era finito lui spariva, perché non veniva alle conferenze stampa, raramente veniva ai concerti, non gliene fregava niente che succedeva poi della sua musica. Andava ad incamerare nuove emozioni [...]. Lui preferiva, invece di venire a raccogliere applausi, andarsi a ricaricare con dei percorsi che magari io non avrei mai fatto: lui s'è beccato la malaria perché stava nell'Africa più abbandonata da chiunque. Lui [...] è l'unico essere umano sul pianeta ad essersi rotto un dito giocando a tombola: per mettere la mano con foga dentro al cestino dei numeri, s'è staccato a mezzo un pollice [...]. E' uno che ha preso la patente a 33 anni e l'anno successivo correva in Formula 3: ha devastato più di qualche macchina, però aveva sempre qualche cosa di diverso da fare, da rincorrere».

1974, Valerio Negrini - Clicca per ingrandire

D'Orazio ha così spiegato come è nato il suo amore per la musica suonata: «Ho scoperto che non volevo ascoltare la musica ma la volevo fare quando mi prestarono un disco che aveva preso il fratello più grande di una mia compagna di liceo. Era tornato da Londra ed aveva sto disco di questi quattro coi capelli lunghi: i Beatles. Me lo prestò con grande fiducia [...]; io avevo il registratore Geloso, dico: "Lo metto sul giradischi, metto il microfonino del Geloso davanti alla cassa del giradischi, del fonovaligia e questa roba io la voglio sentire". Quando l'ho scoperto mi hanno dato tali e tante di quelle emozioni che mi hanno fatto dire: "Io la musica la voglio fare, non la voglio più ascoltare!"».

Alla domanda su cosa oggi Negrini potrebbe pensare sei Pooh e di quanto è accaduto, Stefano ha risposto: «Lui contestava sempre a prescindere, lui ogni volta che facevamo delle cose era straordinario perché ogni volta che gli facevamo sentire i pezzi dell'album successivo che sarebbe dovuto uscire lui faceva questo ascolto svogliatissimo e poi diceva: "Vabbé, arefamo un'altro disco e gli cambiamo solo la copertina perché queste le avemo già scritte sessanta volte ste cose!". "Il denigratore artistico" io lo chiamavo perché arrivava e ci demoliva. Oggi avrebbe ben donde di essere un denigratore, ma probabilmente lo avrebbe fatto comunque: forse avrebbe denigrato anche la Reunion, avrebbe denigrato come ha denigrato la mia andata via quando è successo, mi diceva: "Scusa, ma che te frega! Sei stanco? Fa un'altra cosa ma questa qui non la abbandonare perché ormai è questa la tua vita, è inutile che ti inventi altri giochi. Hai fatto per quarantacinque anni sempre questa roba qui, adesso invece improvvisamente vuoi inventarti? C'hai 116 anni, ma 'ndo vai?"».
Martini: «Oggi lui ti vede sposato, che può pensare?».
Stefano: «Mi sono meravigiato anch'ìo. Il giorno che ho deciso di sposarmi con Tiziana non ci credevo nemmeno io. Devo dire che lei ci ha messo del suo [...]».

Era anche la forza di Valerio questa, era mettere un elefante in una cabina del telefono, oppure la balena nella scatoletta di alici. Stefano D'Orazio

Fabio Martini ha invitato Stefano a spiegare un modo di dire legato ai Pooh piuttosto noto: mettere l'elefante nella cabina del telefono.
D'Orazio: «Dicevamo queste cose ogni volta che c'era una idea che per metterla dentro a quella musica lì si faceva una grande fatica: quindi scrivere un testo su una canzone che dura tre minuti e pensare di raccontare un prima, un durante e un dopo. Era anche la forza di Valerio questa, era mettere un elefante in una cabina del telefono, oppure la balena nella scatoletta di alici. C'erano diverse di queste situazioni poi, non si sa perché, alla fine soprattutto Valerio riusciva a mettere veramente l'elefante nella cabina del telefono [...], perché si faceva riferimento, quando si ascoltava una cosa, "Qua ci vorrebbe un testo tipo". Magari Facchinetti, o un Battaglia, o Canzian dicevano: "Qua sentirei una storia..." [...] e quindi praticamente veniva fuori l'esigenza di questa storia particolare e lui diceva: "Come mettere la balena... come la racconto qua dentro?"».

La poesia consiste anche nella sorpresa della parola, è come la battuta in una barzelletta: la devi tenere come ultima parola. Valerio Negrini

Stefano ha poi spiegato come sia nato il primo brano che lo vide come paroliere, "Eleonora, mia madre", pubblicato nell'album dei Pooh "Un po' del nostro tempo migliore" del 1975: «E' stata la prima canzone che io ho scritto. Lucariello mi disse: "Stefano tu hai una tale sensibilità che secondo me potresti veramente raccontare delle belle storie". Questa canzone, per come era stata composta, aveva qualcosa di retrò, soprattutto quando si arriva al walzer in mezzo, per cui mi è venuto in mente di raccontare questa favola, questa storia che non mi apparteneva: per anni hanno creduto che mia mamma si chiamasse realmente Eleonora. Scrissi questa cosa ed era di getto, l'abbiamo provata e mi ricordo che la notte eravamo in Via Moretto da Brescia dove avevamo gli studi a Milano in quell'epoca e con Valerio seduti dietro una scrivania della centralinista che di notte chiaramente non c'era, lui mi cambiò, mi invertì due cose, per esempio: "tra le vecchie cose", "tra le cose vecchie" [...]. Diceva: "La poesia consiste anche nella sorpresa della parola, è come la battuta in una barzelletta: la devi tenere come ultima parola". Per cui mi raccontava un pochino di tecnica su come si faceva un testo, cosa che invece io scrivevo di getto. "Questa cosa è bella: prova a mettere questa parola dopo quest'altra. Non ti cambia niente a livello di metrica, però dà più peso" [...]. Lui mi ha preso per mano io ho cominciato a fare questa cosa».
Poi, riferendosi all'album "Un po' del nostro tempo migliore": «Un disco difficile, un disco che non è stato facilissimo anche come penetrazione, un disco che oggi se una generazione nuova volesse fare qualcosa di questo genere non avrebbe i presupposti per voler pensare di farlo».
Martini: «Quanto ci avete impiegato a registrarlo?».
Stefano: «C'era una composizione che ognuno faceva gratis a casa in realtà, ma poi c'erano tre mesi, sei mesi in sala d'incisione».

 

Fine seconda parte. Continua...

Autore - Michaela Sangiorgi